venerdì 22 luglio 2011

Mon amour


Una telefonata da Parigi. Era Roger, l’ultimo amante che lei chiamava castamente “il mio fidanzato”. Non per nulla quel miscredente di suo padre l’aveva mandata a scuola dalle monache.
«Domattina volo da te» le diceva Roger. «C’è un aereo per Milano che arriva a Bologna alle otto e mezzo. Ti prego, vieni. Rimandare è impossibile. Non ce la faccio più a inventarti tutte le notti. Ho un bisogno straziante di vederti».
Spronata dallo strazio, alle nove e un quarto si decise per il sì. Un camion le fece da battistrada. La portò al casello sbagliato. Finalmente ebbe la certezza di essere sulla retta via. L’albergo aveva un nome di favola: Villa degli Usignoli; chissà che non fosse davvero scaturito da un libro di fiabe, che Roger poteva avere scambiato per la guida Michelin: era capace di tutto in mezzo alla follia amorosa e ai suoi attacchi più o meno epilettici. Trovò la Villa pateticamente rimpiattata nel verde di un parco. S’infilò nel parco e sbatté sul muro di cinta. Il parco era un’aiola e la Principessa degli Usignoli un’altezza nana. Il portiere le consegnò la chiave della camera 24. Chiaro, non c’era nessuno. Andò all’aeroporto. Il volo Milano-Bologna era dirottato a Venezia per la nebbia. Tornò in albergo e salì nella camera vuota. Cominciò a contarsi i ricci come pecore.
«Maledetto amore! Su che catorcio ti sei imbarcato?»
Alla centesima maledizione, la porta si aprì, entrò un fascio di rose elegantissime in un lungo cappotto nero. Chiuso nel soprabito c’era Roger, il volto pallido incorniciato di fiori. Quello spettro romantico gettò il mazzo di fiori sul letto come un giavellotto; sbottonò il mantello, lo fece roteare per la stanza a guisa di lazo e spalancò le braccia all’indietro, aprendosi a lei, pronta a parare. Si fermò di botto e cacciò un urlo. Lei guardò in aria e attese un doppio salto mortale. Nemmeno una capriola. Travolto da una forza che non si capiva se era passione, tormento, estasi, o quale altro insano furore, Roger barcollò in avanti a capofitto. La mancò per un pelo, schiantandosi a faccia in giù sopra le rose.
Il cappotto finì di volteggiare e gli piombò addosso. Più pesante di un lazo.
Lui sollevò la faccia insanguinata dalle spine. Era un gentleman, veniva da Parigi e aveva viaggiato tanto per rivederla.
«Merde, mon amour!»

Carlotta

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